štvrtok, 9. februára 2012

Concetti morali fondamentali - R. Spaemann

Breve presentazione e recensione critica originale.

Il libro di Robert Spaemann, filosofo e teologo tedesco nato a Berlino nel 1927 (sull’imagine), è composto da otto brevi capitoli, nei quali lui espone i concetti morali fondamentali. I capitoli trattano le domande come la relatività del bene e del male, il principio di piacere e di realtà, l’interesse proprio e il sentire del valore, che cosa è la giustizia, io e gli altri, se il fine giustifica i mezzi, se si deve sempre seguire la propria coscienza, in base a che cosa una azione è buona o cattiva, come affrontare il destino.
Per mezzo del linguaggio abbastanza popolare, con lo stile semplice, chiaro, diretto, e con gli esempi molto concreti e comuni per la vita sono esposti in questo libro quelli che sono generalmente considerati i concetti morali fondamentali. Concetti utili, anzi basali, fondamentali per capire che cosa significa la morale nella vita.
Il libro è un bell’esempio di come esprimere, descrivere ed esporre la base fondamentale per vivere bene. E come farlo in poche parole, addirittura pagine.

Recensione critica originale

Già il titolo stesso del libro – concetti morali fondamentali – apre un tal ampio spettro di possibili riflessioni quanto numerose sono le dimensioni di vita. Se uno legge il libro nella società trovatasi in crisi economica e dei valori, e lo legge dal punto di vista comunicativo ed educativo, già sta dinanzi a dei bei pensieri concreti.

Vari economisti e anche i personaggi dell’ambito filosofico mirano l’attenzione umana, nella crisi attuale, verso la domanda sui valori e verso un eccesso del consumo e del piacere, verificatosi sia a livello della direzione delle istituzioni economiche, finanziari e dei processi del mercato globale, sia nel mondo della comunicazione sociale, soprattutto nell’industria del divertimento. Robert Spaemann nel libro afferma: Un certo livello dell’eccesso non è buono per l’uomo, perché causa la cecità riguardo al valore delle cose. Questa cecità, oppure mancanza dei valori negli ambiti economico-finanziari e della comunicazione provoca, se proprio non esige, un dibattito sui concetti fondamentali morali. Secondo Spaemann c’è la necessità di parlare sull’etica perché altri presentano proprio l’opposto. E questo “opposto” oggi si manifesta tanto nella vita liberata da qualsiasi norma morale.

A collegare i valori morali e l’educazione, o meglio a collegare la loro sempre più sperimentata mancanza nella società odierna, ci spinge anche il ragionamento presente nel libro. Per il percepire dei valori, necessario per discernere il bene e il male, che il relativismo reggente confonde molto, ci vuole non tanto l’argomentazione razionale ma piuttosto l’esperienza basale, proposta dai processi educativi. I fondamenti morali nella profondità dell’uomo sono essenzialmente connessi con l’educazione ricevuta.

Per cominciare a parlare con la gente di oggi, specialmente con i giovani sull’etica, sul bene e sul male, ci vuole il dialogo e delle esperienze comuni. Personalmente mi sembra che un tal punto comune per cominciare il dibattito sull’etica potrebbe essere un accordo su questo: le cose, che stanno fuori di noi (molte ci sono state prima della nostra nascita) e le altre persone, tutto questo è nella sua esistenza indipendente da noi. E riconoscendo che anche il funzionamento dei nostri orecchi e dei nostri occhi si fonda sulle proprie regole, accettiamo che la realtà – la materia, la natura, gli organismi – porta le proprie regole di funzionamenti, di esistenza. Questo come punto comune per cominciare il dibattito sull’etica.
Questo è un punto a me molto piaciuto anche nel libro di Spaemann. Più che un punto è forse un filo rosso attraversante almeno vari se non tutti i capitoli: rispetto alla realtà, alla natura della materia e degli organismi, alle regole in essi iscritte.

Se poi evidenziamo che nella nostra vita ciò che desideriamo di più o anche più spesso sia soprattutto “la fine” della pressione delle esigenze in una società tecnologico-produttiva, possiamo capire meglio perché si perdono i valori morali: perché per vivere bene bisogna capire cosa si desidera. Ma noi, desiderando solo “il venerdì sera”, solo “le vacanze” dopo la pressione dell’ordine produttivo, non abbiamo proprio più forza di desiderare “il bene più alto”. Bisogna però indicare che questa situazione è innaturale all’uomo e così la vita umana è consegnata al destino estraneo. Così rimane solo l’edonismo negativo, mirato a evitare l’incomodità. Non si vede neanche possibile l’edonismo positivo – desiderare il piacere.

Il fenomeno di non desiderare nessun “bene più alto” oltre “la fine di pressione produttiva” influisce anche nel giornalismo. Se il mancare dei vari desideri provoca la mancanza della conoscenza dei valori (il valore delle persone, delle situazioni, d’un comportamento), come può uno confrontare e oggettivizzare i propri desideri e interessi? Se al giornalista manca l’esperienza dei valori, beni più alti, e del loro discernere, con grandi difficoltà troverà la base per confrontare e individuare varie qualità della realtà sulla quale va a informare. Allora ci vuole un impegno per imparare a discernere e a differenziare varie qualità. Un comunicatore andrebbe contro la natura della sua missione se fosse un ebete che non riconosce un certo ordine dei valori presenti nella realtà.

E questo vale tanto più quanto più è vero, che anche il comunicatore si deve spesso confrontare con le proprie emozioni e passioni rispetto ai fatti, eventi di cronaca o dinanzi le espressioni di qualche personaggio. Il giornalista non può lasciarsi accecare da essi. Se non riconosce il vero ordine dei valori, rischia di confondere l’informazione con la presentazione di se stesso (delle sue posizioni emozionate). Sì che un giornalista non può essere senza la passione per il suo lavoro, per la verità, però è responsabile anche di acquistare la capacità di discernere in modo giusto l’ordine e le proporzioni delle qualità, dei valori della realtà.

Per l’ambito della comunicazione sembra molto interessante anche il ragionamento di Spaemann sulle buone azioni. Quel giornalista che ha acquistato la capacità del discernere il valore della realtà è più capace di adempire più professionalmente la sua missione. Perché le sue azioni giornalistiche diventano delle “azioni buone” proprio quando corrispondono con l’ordine della realtà.

Dalla realtà della relazione con una persona degna di rispetto si conoscono alcune azioni che mai si possono svolgere. Queste azioni creano il confine inferiore del nostro comportamento. Immanuel Kant così scrisse: “In nessun comportamento è permesso usare ne’ se stesso ne’ l’altro come mezzo.”

Un elemento grave di questa realtà è costituito dalla relazione fiduciosa tra il giornalista e il lettore. Qui si trova il posto per chiarire anche il “non valore” dell’inganno.
Bisogna però chiarire prima il fatto della lingua (parlata e scritta). Essa è un mezzo proprio per l’esprimersi dell’uomo. Se si usa la lingua solo come un mezzo per un altro scopo, anche la persona umana è abusata. Chi allora inganna, dice, scrive, pubblica le bugie, inganna un altro che da un lato giustamente si fida di lui e dall’altro viene privato di poter accedere adeguatamente alla realtà per svolgere così in modo giusto le proprie scelte e azioni. In caso d’inganno la lingua è strumentalizzata. La persona, tutta l’integrità della persona umana, mai può essere strumentalizzata. In caso contrario viene meno.

Alla fine mi piace rilevare un elemento che collegato al tema della crisi si mostra come una propria sfida per i comunicatori. Loro, immersi nella complessità della società globale e delle sue dinamiche spesso deformate dal relativismo morale, sono in pericolo di presentare soprattutto il male (le minacce, la cronaca nera, i delitti, …), e omettono tutto il bene che – nonostante tutto – si fa. Invece nient’altro incoraggia, tanto più nella fase di crisi, così come buoni esempi. “Exempla trahunt”. Un comunicatore è chiamato secondo la relazione rispettosa con la realtà e con il suo lettore a servire onestamente la verità intera.

Con Spaemann sono allora molto convinto che ciò che costituisce l’uomo come buono è un essenziale comportamento di’assenso e di rispetto per la realtà. Anzi, direi passione per la realtà. Non siamo noi il centro del mondo, ma noi ne facciamo parte e con un coinvolgimento personale attivo aiutiamo a migliorare ciò che possiamo.
Voglio ringraziare Spaemann per il suo pensiero: per vivere bene abbiamo bisogno di vivere in amicizia con se stessi e con la realtà, e di riconoscere e con benevolenza perdonare anche la limitatezza propria e quella degli altri. Ci viene in aiuto la conoscenza unita all’amore.

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